La comunità scientifica insiste da tempo sull’importanza dei cosiddetti primi mille giorni di vita e di come influiscano in maniera decisiva sullo sviluppo di una persona. Partendo da questa consapevolezza, Save the Children promuove l’intervento precoce e integrato nelle vite delle bambine e dei bambini più vulnerabili e, rifacendosi all’approccio del Nurturing Care Framework for Early Childhood Development, realizza azioni che mirano ad assicurare l’esposizione precoce ad esperienze educative, la protezione dai rischi di maltrattamento, il benessere fisico, un’alimentazione adeguata e il supporto di relazioni affettuose e rassicuranti.

È all’interno di questo framework che nel 2019, in occasione del suo centenario, Save the Children ha promosso Per Mano, un progetto sperimentale di contrasto alla povertà mirato al sostegno della primissima infanzia, di cui ci parla Pamela Aquilani, coordinatrice dell’intervento

Il progetto si proponeva di raggiungere 1000 bambine e bambini nei primi mille giorni di vita e di accompagnarli in un percorso personalizzato di presa in carico integrata, allo scopo di costituire intorno a loro una rete di supporto, rafforzare la relazione di cura e promuovere una migliore inclusione delle famiglie nella comunità territoriale di riferimento.

Per Mano è nato dal bisogno di colmare un gap molto rilevante di tutela dei diritti in una fase delicata nella vita delle famiglie, soprattutto di quelle più fragili. Il momento più critico per la costruzione della relazione genitoriale, quello dei primi 1000 giorni, è anche il momento in cui le famiglie si ritrovano più isolate, chiamate a gestire con urgenza un cambiamento radicale di status, che ha ricadute significative sulla situazione socioeconomica ed emotiva dei nuclei. Anche le statistiche confermano che, per esempio, l’incidenza della povertà assoluta è più elevata tra le famiglie con figli piccoli, soprattutto se monogenitoriali.

L’obiettivo di Per Mano è stato, quindi, quello di contrastare la povertà educativa e materiale dei nuclei famigliari vulnerabili e/o a rischio di marginalità attraverso la creazione di un ponte solido e duraturo con le comunità e i servizi che li circondano.

Nelle cinque città interessate dal progetto – Torino, Milano, Roma, Napoli e Bari – sono stati raggiunti 1009 bambini e le loro famiglie, di cui 919 direttamente supportate da Per Mano e 90 inviate ad altri programmi di presa in carico precoce di Save The Children, come Fiocchi in Ospedale1.

Le famiglie sono state inviate a Save The Children prevalentemente dai servizi sociosanitari e del terzo settore, e sebbene provenissero da realtà anche molto differenti tra loro – Per Mano ha lavorato con persone appartenenti ad oltre 50 diverse nazionalità – tutte erano accomunate da condizioni di incertezza, isolamento rispetto alla rete dei servizi e precarietà organizzativa ed economica.

 

La pandemia

Se il biennio pandemico ci ha insegnato qualcosa, è che le conseguenze dell’emergenza sanitaria, socioeconomica ed educativa degli ultimi due anni hanno colpito – e continuano a colpire – in misura maggiore le famiglie che già partivano svantaggiate.

Questo è stato evidente anche per le operatrici del progetto Per Mano. Con l’arrivo del lockdown si è notevolmente modificata la mappa dei bisogni rilevati: nella maggior parte dei casi, le famiglie non solo hanno avuto gravi difficoltà nell’accesso ai servizi necessari per la tutela dei diritti fondamentali dei propri figli – come i servizi anagrafici, i servizi educativi o il pediatra di libera scelta – ma hanno anche subito la perdita o la riduzione del lavoro e in molte hanno denunciato la mancanza di un alloggio adeguato e la necessità di occupare alloggi abbandonati o di condividere spazi ristretti con amici e familiari. La pandemia ha inoltre peggiorato la condizione di isolamento e stress delle neomamme, ha aggravato il loro senso di inadeguatezza, ha impedito a chi viveva in contesti abusanti di poter uscire dalle mura domestiche, ha isolato le cittadine e i cittadini stranieri e ha reso più difficile per loro lo svolgimento di pratiche fondamentali per veder regolarizzata la propria identità e quindi riconosciuti i propri diritti.

Molte delle famiglie accompagnate vivevano situazioni di multiproblematicità, come le famiglie monogenitoriali composte dalle sole madri, circa il 15% dei nuclei accompagnati, che nella grande maggioranza dei casi (l’80%) risultavano anche disoccupate. In questi casi all’affaticamento dovuto al carico di cura, con la pandemia si è aggiunto l’isolamento, che ha reso difficile l’accesso ai servizi di base per l’esercizio di diritti fondamentali ed ha avuto pesanti conseguenze nella capacità di gestione famigliare.

Di fronte al fabbisogno diversificato e complesso dei nuclei, Per Mano ha contribuito ad offrire risposte personalizzate in base alle opportunità offerte dal territorio di residenza, ai servizi attivi, alle risorse accessibili e/o messe a disposizione dal progetto stesso. Ma soprattutto ha offerto la possibilità di un punto di riferimento unico, disponibile e facilmente raggiungibile: la tutor territoriale.

 

La metodologia

Nelle città dove è stato realizzato Per Mano, i percorsi di accompagnamento delle famiglie sono stati coordinati da una figura “ponte” introdotta dal progetto, quella della tutor territoriale (se ne parla al femminile perché le operatrici del progetto erano tutte donne, ndr), che ha promosso e condiviso con le famiglie progetti personalizzati per favorire il superamento di situazioni di emergenza, di marginalità e isolamento, valorizzando un’ampia rete di relazioni con i servizi e i progetti del territorio.

La metodologia sviluppata dal progetto si è fondata su tre pilastri:

  • Azione territoriale diffusa – garantita delle tutor che hanno facilitato il percorso di presa in carico, accompagnando le persone e le loro storie tra un servizio e un altro, superando le rigidità di burocrazie, linguaggi e governance che rallentano e ostacolano la comunicazione e la collaborazione. Tra i loro compiti c’è stato anche quello di tenere insieme i pezzi della comunità di servizi disegnata nei territori dove ha agito il progetto: il lavoro di “cura delle reti” non solo ha permesso di facilitare la presa in carico delle famiglie, ha anche stimolato le associazioni e i servizi a prestare una differente attenzione alle neomamme in difficoltà, accendendo un faro sui prime mille giorni.

 

  • Accompagnamento personalizzato e di intensità variabile in base alla situazione delle persone coinvolte. Delle famiglie seguite, più di 700 hanno beneficiato di un accompagnamento di “bassa – media intensità”, ovvero un supporto progettuale dai 3 ai 9 mesi. In casi di estrema vulnerabilità sono stati, invece, sviluppati interventi più prolungati e più impegnativi, con più di 200 bambini e le loro famiglie sostenuti fino a 18-20 mesi in percorsi ad “alta intensità”.

 

  • Doti di cura – il progetto è stato dotato di un budget destinato alle famiglie accompagnate, un sostegno economico e pratico, flessibile e facilmente attivabile dalla tutor, per ridurre la pressione economica nei momenti più critici.

L’intervento necessario delle istituzioni per la costruzione di comunità di cura

Con la pandemia la cura è tornata all’interno del dibattito pubblico, ma per sostenere i caregivers bisogna rimettere al centro del dibattito anche i diritti, a partire da quelli delle bambine, dei bambini e delle donne. Per la costruzione di comunità di cura in grado di supportare le famiglie più vulnerabili, chiediamo alle istituzioni di:

  • Assicurare alle bambine e ai bambini che nascono nel nostro paese la tutela integrata offerta dal sistema pubblico.
  • Migliorare non solo la quantità ma anche l’accessibilità e l’inclusività degli asili nido su tutto il territorio nazionale.
  • Riconoscere e supportare le buone pratiche territoriali e promuovere azioni di co-progettazione con le istituzioni locali.
  • Investire sulle azioni di collegamento dei sistemi territoriali di tutela.
  • Ripensare il sistema di finanziamento e gestione dei progetti di presa in carico sociale.
  • Dare priorità a tre gravi emergenze nazionali: casa, occupazione e occupazione femminile.

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