Le famiglie monoparentali rappresentano una realtà in aumento nel nostro Paese: famiglie in cui è un solo genitore a prendersi cura di uno o più figli. Madri o padri che devono affrontare genitorialità soliste, costituite da un solo genitore separato, divorziato, vedovo o semplicemente non convivente con il partner, o una donna o uomo che decide di adottare, in cui la convivenza è composta dai figli e da un solo genitore. Maternità/paternità/genitorialità è una montagna russa di sentimenti ed emozioni e quando si è soli può significare affrontare nella quotidianità le difficoltà senza alcun sostegno.

 

Ci aiuta ad approfondire l’argomento Genny Mangiameli del CSI Catania, partner implementatore delle attività dello Spazio Mamme di Catania e membro della Rete Zero-Sei di Save the Children.

 

Alla difficoltà di gestione dei problemi personali si aggiunge la gestione dei bambini, la loro educazione e tutto ciò che la crescita quotidiana comporta. Un genitore solo, inevitabilmente non può dividere con nessuno il carico emotivo del prendersi cura dei bambini, dei lavori domestici e dei bisogni familiari. Tutto questo spesso rischia di tradursi in isolamento, legato alla paura di non essere in grado di mantenere i rapporti, alla mancanza di autostima e ai problemi emotivi associati.

 

Le difficoltà economiche e sociali dei nuclei monoparentali

Padri o madri che assumono la genitorialità da soli rischiano di scaricare la sensazione di solitudine che spesso vivono nell’educazione dei bambini. Molti genitori monoparentali cercano la perfezione nei loro figli, sono spesso iperprotettivi e tendono ad avere comportamenti negativi. Il ruolo di padre e madre porta con sé l’assunzione di doveri e regole ben precisi. Tuttavia, sebbene essere un genitore monoparentale implichi un grande impegno a carico di una sola persona, una famiglia monogenitoriale non è meno valida delle altre.

Gli studi statistici dimostrano che in Italia i nuclei monoparentali sono indubbiamente più esposti alla povertà materiale e sociale. Le famiglie monoparentali hanno minore possibilità di fare fronte ad imprevisti di natura economica, di riscaldare la casa in modo adeguato, di permettersi almeno una settimana all’anno lontani da casa. Rischi che derivano anche da una condizione lavorativa più difficile e precaria.[1]

 

Alcuni consigli per gestire al meglio i figli in un nucleo monoparentale

In alcuni casi, i genitori monoparentali lavorano più ore del solito o fanno più lavori per riuscire a portare a casa qualche soldo in più, riducendo il tempo da dedicare alla famiglia. In questi casi è opportuno rendere il tempo insieme, seppur esiguo, un tempo di qualità. I figli cresciuti in famiglie monoparentali, a volte possono risentire del senso di abbandono scaturito a causa del genitore non presente: questo può comportare, soprattutto negli adolescenti, ribellioni o atteggiamenti aggressivi o, al contrario, timidezza, carattere chiuso e tendente alla depressione.

È importante coltivare il rapporto stretto ed esclusivo che si crea col proprio figlio, cercando di cogliere i suoi segnali, per essere sempre presenti quando ha bisogno e non lasciare che si senta mai solo. È inoltre fondamentale, lì dove presente l’altro genitore, evitare che il bambino assista a liti e discussioni relative alla sua gestione: assistere a questo genere di discussioni innesca, infatti, rabbia e depressione nei figli.

 

Gli aspetti positivi dei nuclei monogenitoriali

Fortunatamente non esistono solo aspetti negativi nella monogenitorialità. Per certi aspetti crescere con un solo genitore ha anche degli influssi positivi sullo sviluppo della personalità di un bambino. È stato riscontrato, infatti, che i figli dei genitori single tendono ad essere più responsabili e maturi, fin dall’infanzia. Questo atteggiamento deriva dal fatto che, nonostante siano piccoli, riescano a comprendere le difficoltà che il genitore affronta quotidianamente, per garantir loro una stabilità economica ed affettiva. Il senso di gratitudine e riconoscenza, a volte anche inconscio, li spinge ad essere più collaborativi in casa, ad accettare meglio i “no”, a comprendere di più i momenti di difficoltà o di cedimento dei genitori.

In generale, un figlio può vivere bene – con uno o più genitori – quando riconosce in lui/lei una figura che nonostante le difficoltà è in grado di offrirgli cure, amore, attenzioni e regole. Un genitore consapevole dei propri limiti sarà in grado di chiedere aiuto a parenti, amici, alla comunità, alle strutture del territorio ed imparerà a vivere considerando gli altri come una fonte di benessere e non come motivo di malessere e di giudizio. Un bambino per crescere bene ha bisogno – innanzitutto -di punti di riferimento.

Genitori e figli, single o in coppia hanno in fondo bisogno di socialità, consapevolezza e coraggio per vivere in una società in continua evoluzione che cambia modelli culturali e sociali con estrema velocità ma che è in grado di accogliere questi cambiamenti con intelligenza e grande adattabilità.

 

[1] https://www.openpolis.it/il-rischio-poverta-nelle-famiglie-monogenitoriali/