
Questa scena, apparentemente ordinaria, racconta molto di più: racconta come i luoghi culturali possano diventare, senza volerlo, dispositivi di esclusione precoce. Le neuroscienze ci dicono che apprendiamo attraverso le emozioni: un’esperienza negativa può pesare più di molte positive. Così, quel bambino impara che il museo “non è per lui”. È in questo momento che nasce una diseguaglianza culturale che, se non intercettata, si consolida nel tempo trasformandosi in povertà educativa.
Parlare di welfare culturale significa partire da qui: riconoscere che l’accesso alla cultura non è solo una questione di offerta, ma di condizioni di accessibilità reale, emotiva e simbolica. Non basta aprire le porte: bisogna fare in modo che tutte e tutti si sentano legittimati a entrare, sostare, partecipare, e che questa partecipazione abbia un ruolo attivo nella costruzione del benessere, soprattutto quando il senso di “non appartenenza” rischia di prendere forma fin dall’infanzia.
L’esperienza di Lilliput si inserisce proprio in questa prospettiva, come pratica concreta di policy culturale orientata alla prevenzione. Ripensare i musei come spazi a misura di famiglia significa lavorare su dettagli che diventano strutturali: un linguaggio accessibile guidato da illustrazioni e animali guida, attività che stimolano il pensiero divergente e la relazione, strumenti di empowerment genitoriale, percorsi di visita flessibili, operatori formati all’accoglienza.
Ma perché tutto questo è così rilevante nei primi anni di vita? Perché è proprio tra 0 e 6 anni che si costruiscono le basi su cui si innesteranno tutte le future traiettorie educative e sociali. Il welfare culturale agisce qui in modo profondo. Le esperienze culturali precoci attivano lo sviluppo cognitivo e linguistico, arricchiscono il vocabolario, alimentano la curiosità. Allo stesso tempo, quando sono vissute in un clima positivo e condiviso, rafforzano il legame tra adulti e bambini, dando l’opportunità a i genitori di scoprire modi diversi di stare in relazione con i figli e con altri spazi più stimolanti.
La partecipazione culturale incide anche sul benessere complessivo: crea occasioni di relazione, riduce l’isolamento, sostiene le competenze socio-emotive. In questo senso, la cultura diventa parte integrante dei determinanti sociali della salute. E ancora: offrire a tutte le famiglie, indipendentemente dal contesto di partenza, l’accesso a esperienze culturali di qualità significa agire concretamente sulle diseguaglianze, ampliando le opportunità e contrastando la povertà educativa prima che si radichi.
Lilliput dimostra che non servono rivoluzioni costose, ma uno sguardo diverso. Un kit di visita, strumenti semplici, formazione per gli operatori: piccoli interventi che producono un impatto profondo. Quando un bambino si sente accolto, la sua curiosità si attiva; quando una famiglia si sente legittimata, torna. E così il museo torna a essere ciò che dovrebbe: un luogo sociale di scoperta condivisa.
Francesca Posenato: Consulente educativa specializzata nella prima infanzia, lavora a domicilio e in studio con le famiglie occupandosi di temi legati all’educazione e al sonno infantile. Il lavoro fianco a fianco con le famiglie ha stimolato e evocato progetti tra cui la fondazione di Lilliput ETS: forte è il desiderio di mettere al centro la cultura in un sistema di welfare, rendendola accessibile alle famiglie e offrendo strumenti di empowerment genitoriale. Il suo obiettivo è quello di costruire progetti che tengano presenti i bisogni delle famiglie, nel rispetto delle fasi evolutive deibambini e dei caregiver di riferimento, immaginando un’idea di famiglia allargata a 360°. Da anni con Lilliput si occupa del coordinamento pedagogico e di formazione nei temi dell’educazione e dell’empowerment genitoriale; fa parte del direttivo dell’associazione.