Save the Children Italia promuove – ormai già da qualche anno – iniziative che, traducendo il concetto inglese di “community building” potremmo definire di creazione di comunità territoriali. Si tratta di iniziative che non mirano ad accrescere la qualità di un singolo progetto, ma piuttosto a creare o rinforzare connessioni stabili e significative tra progetti diversi, associazioni, equipe e contesti lontani, tutti accomunati dallo stesso obiettivo: tutelare i diritti di bambini e bambine, migliorando il loro benessere e quello delle loro famiglie.   

La collaborazione non è solo una “buona pratica” auspicabile, ma una leva fondamentale di qualità ed efficacia delle azioni che tutte le realtà territoriali svolgono quotidianamente.   

Lo scambio strutturato di conoscenze ed esperienze tra contesti differenti può favorire l’innovazione degli interventi, può aiutare a ridurre l’isolamento professionale e a migliorare la capacità di risposta ai bisogni delle comunità. In particolare, il confronto tra realtà che operano in territori diversi consente di mettere in discussione routine consolidate, evitare approcci autoreferenziali e far circolare, adattandole a contesti diversi, soluzioni già sperimentate ed efficaci.  

Per migliorare le abitudini di collaborazione, quindi, il primo elemento da considerare è che queste abitudini non sono inscritte nel DNA delle realtà che lavorano sui territori e non vengono fuori “spontaneamente”, ma, al contrario, vanno allenate, manutenute e gestite con molta cura e molto impegno. 

Per favorire questo “allenamento”, nei mesi di novembre e dicembre 2025 sono state organizzate quattro iniziative di scambio tra i progetti di Save the Children rivolti a famiglie e creature tra 0 e 6 anni: Fiocchi in Ospedale, Spazio Mamme e Poli Millegiorni.   

Le iniziative si sono svolte nelle città di Milano, Napoli-Caivano, Roma e Bari e hanno coinvolto progetti basati a Torino, Moncalieri (TO), Milano, Genova, Roma, Napoli, Caivano (NA), Pescara, Bari, Brindisi, San Luca (RC), Catania, Palermo e Sassari. 

Dieci giorni complessivi di lavoro per svolgere incontri informativi, scambi di esperienze, chiacchierate informali, visite di sedi locali dei progetti, cene comuni e passeggiate piene di risate e talvolta di stupore nel visitare uno spazio di lavoro cha affaccia sul mare, o un progetto che ha mantenuto il suo presidio dentro un ospedale affollato anche dopo la faticosa esperienza della pandemia. 

Incontrarsi, conoscersi, valorizzare le esperienze altrui, essere consapevoli di non essere i soli o i migliori, e condividere successi, problemi ed errori, è la base essenziale di un rinnovamento continuo ed efficace della vita di un progetto. Fare rete, come usa dire, è un valore aggiunto insostituibile. Ma anche molto impegnativo e costoso. 

Questo breve articolo non dirà nulla di specifico sul contenuto degli incontri, ma proverà a invece a restituire, appunto, la consistenza del lavoro che serve a mettere insieme le persone e i progetti. 

Per non lasciare lettrici e lettori completamente a bocca asciutta, tuttavia, basterà dire qui di seguito poche cose che danno un po’ il quadro delle iniziative svolte. 

Sì, le persone coinvolte sono state molto contente di incontrarsi, sia per gli aspetti più formali di istruzione e formazione, sia per gli aspetti di scambio informale, di socialità e di condivisione enogastronomica.  

Tre dei quattro incontri, denominati “Se è mio è tuo”, sono stati completamente autogestiti dalla Rete Zero-Sei di Save the Children, mentre il quarto incontro, quello che si è svolto a Roma era un incontro di calendario del progetto Crescere insieme, finanziato da Credem e realizzato dai partner dei 13 Spazi Mamme di Save the Children, da Save the Children e dalla Fondazione Reggio Children. 

Ai quattro incontri hanno partecipato 29 progetti territoriali – 11 Fiocchi in Ospedale, 14 Spazi Mamme, 4 Poli Millegiorni – per un totale di circa 105 persone*.  

Si è parlato tanto e di tante cose diverse: come si organizzano le attività con i genitori, o con le bambine e i bambini; come si arredano gli spazi perché diventino spazi che nutrono la crescita; come si raggiungono le famiglie che nessuno vede; come si gestisce la frustrazione quando una famiglia scompare dai radar; come si stabilizzano le relazioni con i servizi del territorio; come si evitano i due rischi contrapposti di essere invisibili al servizio pubblico o, al contrario, di essere il loro “scarico di pratiche impossibili”; come ci si organizza per raccogliere fondi in epoca di crisi; come cambia la comunicazione con le famiglie nel contesto dei linguaggi social; come si può evitare di spiegare da capo che cosa fa un progetto ogni volta che cambia un’amministrazione locale. 

Per fare tutto questo è stato necessario impegnare 5 persone che hanno coordinato l’organizzazione dei viaggi, dei pasti e degli alloggi, la messa a punto delle agende di programma, la pianificazione degli spostamenti urbani, la raccolta delle adesioni, la gestione degli aspetti finanziari e di rendicontazione, la predisposizione di materiali di comunicazione, la realizzazione di azioni di follow up. 

Organizzare 4 incontri tra progetti locali ha comportato la pianificazione di circa 70 viaggi in treno e 10 viaggi aerei; l’organizzazione di 4 cene e 8 pranzi, la pianificazione di circa 90 pernottamenti e 20 incontri di lavoro, la gestione di imprevisti, la disposizione di piani di volo improbabili – come andare da Catania a Bari passando per Milano – a causa di scioperi locali. 

 

E quindi? Che riflessione si può trarre da questo racconto?  

Innanzitutto, che per fare rete e, come usa dire, creare intelligenza collettiva, l’ambiente virtuale è utile, ma non sufficiente. Sono necessari pezzi di spazio fisico condiviso, all’interno dei quali gli sguardi, le parole, le risate e i momenti di intervallo siano elementi di apprendimento comune. La vicinanza aiuta l’apprendimento, l’ambiente virtuale è un fondamentale strumento di servizio, ma solo perché trovarsi sempre insieme fisicamente è impossibile. 

In secondo luogo, per fare rete e creare intelligenza collettiva occorre un ingente tempo-lavoro di organizzazione e gestione, per pianificare gli spostamenti, informare tutte e tutti coloro che devono essere informati, definire le agende, preparare eventuali contributi scritti, pianificare i momenti di lavoro, i momenti di svago, allestire gli spazi di incontro, organizzare i pranzi, le cene, rendere la permanenza piacevole e far sentire bene le persone che partecipano. 

Infine, per fare rete, (anche qui, come usa dire), la rete va messa a budget. La rete socioprofessionale è come la rete elettrica: un’infrastruttura, che ha bisogno di materie prime, di lavoro e di manutenzione. Il fatto che sia immateriale – a differenza di quella elettrica – non significa che non richieda procedure di tipo materiale per essere costruita e alimentata.  Ridere è un atto pieno di fisicità, ed è uno degli atti fondamentali per cementare una relazione di rete. Per ridere insieme c’è bisogno di tanta organizzazione e di tanto impegno. Ma poi, probabilmente, il lavoro sarà di una qualità incommensurabilmente più alta! 

 

 *Si ringraziano per la loro partecipazione operatrici e operatori di Aps Mitades, Milano; Fondazione Archè, Milano e Roma; Vides Main onlus, Torino; Ker Coop. Sociale ETS, Moncalieri (TO); Asinitas onlus, Roma; Antropos Coop Sociale, Roma; Pianoterra ETS, Napoli; Orsa Maggiore Coop. Sociale ETS, Napoli; Il Quadrifoglio Coop. Sociale, Napoli; Orizzonte Coop. Sociale, Pescara; Coop. Sociale Santi Pietro e Paolo Patroni di Roma, Roma e Brindisi; Il Melograno, Centro di Informazione Maternità e Nascita, Bari; Mama Happy APS, Bari; Coop. Sociale Progetto Città, Bari; Civitas Solis, San Luca (RC); Associazione Zen Insieme, Palermo; Talita Kum ETS, Catania; CSI, Catania; UISP, Comitati territoriali di Genova e Sassari.  

Per maggiori approfondimenti sui diritti di bambini e bambine e sulla genitorialità responsiva consulta il sito di Save the Children.