
La moderna pediatria “di famiglia”, come ci raccontano molte delle persone professionalmente coinvolte[1], è un mestiere in evoluzione.
La concezione del rapporto fiduciario uno a uno, tutto fondato sul superamento di una condizione di malattia, che ha accompagnato la formazione di almeno due generazioni di pediatre e pediatri del Novecento, va perdendo centralità. Si va rafforzando sempre più invece l’idea della pediatria come una sorta di artigianato delle relazioni che curano, che fa leva sulle competenze professionali specialistiche, ma anche su un’attitudine a mettere insieme le bambine e i bambini, le famiglie che li accompagnano, le professioniste e i professionisti che operano nella prossimità di un ambulatorio e tutte le risorse che possono essere attivate fuori dall’ambulatorio, per aiutare i percorsi di salute. Perché i percorsi di salute sono diversi dai percorsi di guarigione. E riguardano tutte le bambine e tutti i bambini, anche quando non hanno alcuna malattia. Per attivare percorsi di salute c’è bisogno di valorizzare e ampliare le relazioni di cura: con i genitori e la famiglia, con educatrici e educatori, con operatrici e operatori sociali. Spesso al centro di questa rete di relazioni ci sono proprio le pediatre e i pediatri, il cui compito è sempre più quello di prendersi cura (anche) delle relazioni per supportare i percorsi di salute di bambine e bambini.
Abbiamo chiesto a tre pediatri, amici della Rete Zero-Sei, di condividere un pensiero sul cambiamento del loro ruolo, o un ricordo, anche semplice e breve, della relazione con le persone adulte che accompagnano bambine e bambini, in particolare con i genitori. Gli sguardi, le preoccupazioni, le domande, anche inespresse che i genitori manifestano, sono parte del percorso di salute dei propri figli e figlie, e vanno raccolte e affrontate con la stessa attenzione e concentrazione dei sintomi di una patologia.
Cominciamo con Domenico Capomolla, che, oltre alla sua attività di pediatra, ormai in pensione, ha svolto, e continua a svolgere, un’attività di supporto alla Rete Nati per leggere sul territorio dell’ASP di Reggio Calabria. Capomolla ci racconta come far parte dell’Associazione Culturale Pediatri e della Rete Nati per Leggere ha consentito al suo lavoro di pediatra di uscire fuori di confini del corpo biologico della bambina o del bambino di cui si prendeva cura.
“Entrambi (ACP e Nati per leggere) mi hanno liberato da una formazione pediatrica unicamente centrata sul fisico e sulla patologia del bambino. Ho capito il ruolo centrale e strategico del pediatra nel panorama sanitario nazionale. Infatti, il pediatra ha un rapporto precoce e duraturo con le famiglie, per cui può veicolare molti messaggi, non solo di tipo sanitario ma anche inerenti alla responsività genitoriale più in generale. Oggi, in una società in transizione, le famiglie sono disorientate e spaventate, per cui una figura come il pediatra può dare un notevole contributo e sostegno per affrontare queste criticità, soprattutto nelle famiglie di livello socioculturale più debole. La società è cambiata in modo molto rapido per non dire traumatico per cui anche le patologie si sono modificate per diffusione e gravità: basti pensare al dilagare dell’obesità, alla diffusione delle sostanze o alle dipendenze dagli schermi. Il pediatra deve rispondere in modo efficace, cambiando anch’egli il modo di seguire un bambino sin dalla più tenera età. Il sostegno della mente, la cura delle relazioni, l’attenzione alla salute in senso generale e non solo a quella del corpo è ormai imperativo”.
La cura delle relazioni si può tradurre in una triangolazione tra le emozioni dei genitori, e il riflesso che queste hanno sulle bambine e sui bambini. La figura del/della pediatra in questi casi può essere quella che, meglio di altre, dà spazio e valore a questo dialogo di emozioni.
Riccardo Bosi è un pediatra toscano, che opera a Roma presso l’INMP – Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà -. Condivide un ricordo che risale al periodo della pandemia da Covid 19, e riguarda l’accoglienza della morte, la morte come contesto e la morte come evento possibile, quotidiano e molto vicino.
“Sono nel mio ambulatorio per minori migranti. Ho appena visitato Olga, una bambina ucraina. A fine visita squilla il cellulare di Larisa, la madre. Poche parole, poi un pianto sommesso. ‘Scusami dottore, era mia sorella che mi ha detto che proprio adesso è morta mia madre. Era malata, ma non mi aspettavo che finisse tutto così presto. Olga resta impietrita, e cerca di decifrare dagli occhi della mamma il senso e la gravità di un evento per lei nuovo, come la perdita di una nonna. Interrompo il flusso delle visite, l’ambulatorio è pieno oggi – scusate, un po’ di pazienza…- perché quel dolore trovi una prima cittadinanza. Ci salutiamo e siamo commossi, tutti e tre”.
Il lavoro pediatrico riguarda le e gli adulti ancora prima che i e le bambine. Lorenzo Mottola, pediatra che collabora con il Polo Millegiorni di Save the Children, a Caivano (NA), ci racconta come anche la consapevolezza di che cosa significhi essere genitori non è un dato di natura, ma va costruito insieme alle persone e alle coppie che intendono diventare genitori.
“Da molti anni incontro le persone e coppie prima che abbiano figli. Dopo le presentazioni, introduco l’argomento dell’incontro e propongo loro l’ascolto di una ninna nanna. Scelgo sempre la Berceuse di Chopin eseguita al pianoforte dal Maestro Michelangeli. Questo breve spazio musicale permette di avere in sala un silenzio assoluto, di attirare la loro attenzione. Io mi godo la bellezza dell’incontro e, attraverso il silenzio delle voci e la bellezza della musica, cerco di condividere con loro il senso della continuità della vita. Poi in questo contesto emozionale, leggiamo insieme “Pensiamoci Prima – consigli utili per chi vuole avere un figlio” curato dal Ministero della Salute. In sintesi: entusiasmo del pediatra e coinvolgimento delle coppie. Il mio entusiasmo nasce dalla coscienza del mio ruolo nel contribuire a formare una coppia più consapevole delle proprie scelte, a presentare alle persone la bellezza, ma anche la concretezza della nascita e della crescita di un bambino o bambina, spiegare loro come ridurre i rischi per avere una gravidanza più serena e come relazionarsi alla realtà esterna per non rimanere isolati”.
Essere pediatri e pediatre è guardare oltre i confini dei piccoli corpi e metterli in comunicazione con l’ambiente, accogliere ciascuna creatura nella sua singolarità e guardare intorno a lei o a lui che cosa si muove: quali affetti, quali rischi, quali leve di tenerezza e di protezione, quali sfide per essere sereni e diventare grandi.
“Fare il pediatra oggi vuol dire anche questo: non respingere mai, accogliere prima di visitare, prendersi cura dell’habitat di quella creatura. Perché ogni bambino possa sognare un futuro migliore e sentirsi parte di un mondo nuovo, senza dover perdere le proprie radici: terra, storia, religione, cultura, identità. E rinascere”. Riccardo Bosi usa queste belle parole per parlare del suo rapporto con bambine e bambini che nascono in famiglie con background migratorio. Ma poi, alla fine, crescere è rinascere continuamente, per tutte e tutti. A prescindere dalle origini e dalla lingua madre. E fare il lavoro pediatrico è proprio questo: essere a fianco della rinascita dei genitori e delle loro creature. Fin dal primo momento.
[1] Michele Gangemi, Giorgio Tamburlini (a cura di), Pediatria di Famiglia, Il Pensiero scientifico, 2024